STORIA DELL’OLIVO IN MONFERRATO
A cura del Prof. Giancarlo Durando
Dall’antichità e attraverso i secoli, la storia dell’uomo e dell’olivo si sono intrecciate in tutto il Mediterraneo.
Un patrimonio antico
Nell’immaginario collettivo il Piemonte è terra inadatta ad ospitare l’olivicoltura.
In realtà esistono etimologie nella toponomastica che ne rivelano la presenza fin dai secoli centrali del Medioevo; ne sono testimonianza Monte Oliveto, San Marzano Oliveto e Olivola e, tra le testimonianze concrete, la macina per frangere le olive conservata nel castello di Pino d’Asti.
Dai Romani al Medioevo: la diffusione dell'olio in Piemonte
Gli studiosi riconducono l’introduzione della coltivazione dell’olivo in Piemonte ai Romani e l’avvento del Cristianesimo coincise con la dismissione della coltivazione olivicola nell’intero nord Italia.
Nei secoli centrali del Medioevo la coltivazione si espanse nelle aree del Monferrato grazie al clima molto favorevole.
Brevi cenni storici sull’olivicoltura piemontese
La possibilità di coltivare ulivi in Monferrato fino a pochi decenni fa è sempre stata influenzata dall’alternanza tra periodi climatici freddi e fasi più favorevoli alla crescita delle piante mediterranee.
Non sorprende che il primo a segnalare la presenza di ulivi nel Nord Italia fu Saserna, agronomo vissuto intorno alla metà del I secolo a.C., durante il cosiddetto Roman Warm Period. Nel suo trattato di agricoltura descrisse come le migliori condizioni climatiche di quel periodo permettessero la coltivazione di viti e ulivi in aree fino ad allora ritenute inadatte.
È quindi probabile che la diffusione dell’olivo in Monferrato sia stata favorita dai legionari romani, che colonizzarono queste terre lasciando tracce ancora oggi evidenti. Molti centri monferrini con la terminazione in –ano, come Calliano, Alfiano, Ponzano e Occimiano, sono di origine romana.
LE ORIGINI
Le origini liguri e romane dell’olivo monferrino
Ancora prima dei Romani, i Liguri furono tra i primi abitanti del Monferrato. Della loro presenza restano tracce nella toponomastica (in particolare nei nomi con i suffissi –asco e –asca) e nei termini di uso agricolo ancora oggi diffusi, come arbi (bigoncia) e crota (cantina).
Durante la loro permanenza, i Liguri divennero esperti viticoltori e con tutta probabilità introdussero la coltivazione dell’olivo sui terrazzamenti in pietra a secco dei versanti più ripidi.
La prima testimonianza documentata della presenza di ulivi nel Nord-Ovest risale al 515 d.C., quando il re di Borgogna Sigismondo donò terre e oliveti in Valle Augustana (Valle d’Aosta).
IL MEDIOEVO
L’olivo nel Medioevo: tra clima e cultura monastica
Nel VII secolo d.C., l’Editto di Rotari prevedeva multe per chi danneggiava piante di olivo, segno dell’importanza crescente di questa coltura nel paesaggio agrario dell’Italia settentrionale.
Una successiva fase climatica sfavorevole rallentò la diffusione dell’ulivo fino all’anno 1000. Alcuni esemplari sopravvissero solo nei pressi delle chiese, dove fornivano le fronde benedette per la Domenica delle Palme.
Intorno al 950 d.C. nacque il Marchesato del Monferrato, un territorio ampio e in continua evoluzione. In questo periodo, la marca aleramica si estendeva dai pascoli del Vercellese fino al mare di Savona e Vado, favorendo scambi e autosufficienza alimentare tra zone montane e rivierasche, comprese le produzioni di olio d’oliva.
Il Medioevo caldo e la diffusione degli olivi in Monferrato
Dal X secolo i climatologi registrano un nuovo periodo favorevole alla coltivazione degli ulivi, noto come Medieval Warm Period.
Un documento del 20 febbraio 1167 testimonia la presenza di olivi a Rocca delle Donne (oggi frazione di Camino), grazie a una donazione del Marchese Guglielmo del Monferrato al monastero di Santa Maria della Rocca.
Tra i secoli XII e XIII la presenza dell’olivo è confermata da numerosi toponimi monferrini: Bric d’Ulivo, Colle dell’Olivo, Monte Ulivo (nel Comune di Ponzano), Monte Uliveto (San Marzano Oliveto), e Monteoliveto tra Passerano e Marmorito.
Anche molte cascine e località portano ancora oggi nomi come Olivero, Olivera, Olivetta, Olivazza e Oliva.
IL DECLINO
Declino dell’olivo nel Monferrato: clima e cambiamenti economici
Fino alla fine del XIV secolo, l’olivo era ancora diffuso in gran parte del Monferrato. Tuttavia, a causa del raffreddamento climatico tra XIV e XV secolo e di vari mutamenti economici, la coltura iniziò a regredire.
Con l’espansione dei commerci, produrre olio in loco divenne meno conveniente: l’olio d’oliva proveniente da altre regioni costava meno.
Molti agricoltori sostituirono quindi gli ulivi con colture più redditizie e a ciclo breve, come la vite e il gelso.
La Piccola Era Glaciale e l’abbandono dell’olivo
Dal XVI al XIX secolo, la cosiddetta Piccola Era Glaciale rese ancor più difficile la sopravvivenza degli oliveti piemontesi.
Le cronache raccontano che tra la fine del 1700 e il 1812 gli inverni furono tanto rigidi da far gelare il vino nelle botti.
In questo contesto, si tentarono nuovi impianti di olivi in Piemonte durante il governo francese, anche per sopperire alla scarsità di olio proveniente dalla Liguria e dalla Spagna. Tuttavia, le condizioni climatiche avverse e i limiti agronomici ne impedirono la stabilità.
Ottocento e Unità d’Italia: l’ulivo lascia spazio alla vite
Nel Dizionario geografico, storico, statistico e commerciale di Goffredo Casalis (1833) si menziona ancora una produzione di olio nel Comune di Casale Monferrato, pari a 17 ettolitri, sebbene l’ulivo non fosse più diffuso tra i fruttiferi.
Con l’avvicinarsi dell’Unità d’Italia, le condizioni climatiche migliorarono, ma ormai la vite aveva conquistato un ruolo dominante nelle colline piemontesi.
Il trasporto ferroviario consentiva di importare olio d’oliva dal Sud, mentre l’industrializzazione sostituiva i piccoli frantoi con impianti meccanici.
Verso il 1840 comparve anche la mosca dell’olivo (Bactrocera oleae), insetto ancora oggi temuto, che contribuì al definitivo abbandono della coltura.
LA RINASCITA MODERNA
Rinascita moderna dell’olivicoltura piemontese
Uno dei limiti storici dell’olivicoltura piemontese è sempre stato la mancanza di varietà resistenti al freddo. Gli ulivi coltivati in epoca ligure e romana provenivano probabilmente da zone mediterranee e faticavano ad adattarsi al clima continentale del Piemonte.
I Liguri introdussero probabilmente la varietà Taggiasca, coltivata in Liguria fino a 650 metri s.l.m., ma con moderata resistenza al gelo.
Dopo secoli di oblio, tra il 1998 e il 2000 è partita dal Monferrato la rinascita dell’olivo in Piemonte.
Le nuove conoscenze agronomiche, la selezione di cultivar resistenti e un rinnovato interesse paesaggistico hanno dato vita a una nuova olivicoltura piemontese, consapevole dei propri limiti ma anche delle potenzialità.
